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C’è un cavallo, nel Gansu, che è diventato una vera star, e non per la linea slanciata del bronzo che lo ha reso celebre. A conquistare i social è stata la sua versione in peluche, tonda e sghemba, che il museo ha messo in vendita nel 2022 e che i cinesi hanno subito eletto a simbolo di quella bellezza storta che fa simpatia. Il reperto e il suo pupazzo raccontano due idee di eleganza lontane quasi duemila anni.

Il Cavallo volante del Gansu è un paradosso che nasce da un equivoco affettuoso: il bronzo originale è slanciato e teso nella corsa, mentre il pupazzo che il museo ne ha ricavato è tondo, storto e con gli occhi spiritati, e proprio per questo è diventato una star.
Tra i tesori archeologici cinesi, il “Cavallo al galoppo che calpesta una rondine in volo” rappresenta da sempre l’apice dell’eleganza e del vigore militare. È un bronzo di epoca Han orientale, databile fra il I e il II secolo dopo Cristo, ed è l’emblema della provincia nordoccidentale cinese: la sua storia recente racconta come un reperto solenne possa trasformarsi in un fenomeno da social senza perdere nulla del proprio valore.
Un bronzo di epoca Han, non una scultura Tang
Nella Cina degli Han i cavalli erano molto più di animali da lavoro, perché valevano come status symbol, mezzo di trasporto e compagni di guerra, e lungo la Via della Seta arrivavano insieme alle merci anche le influenze persiane e centroasiatiche. Il bronzo del Gansu nasce in quel mondo: un cavallo di corsa colto nell’attimo in cui tre zampe sono in aria e la quarta sfiora una rondine in volo, soluzione che risolve in un colpo solo il problema dell’equilibrio della statua e quello di suggerire la velocità. Non è una scultura della dinastia Tang, che arriverà cinque secoli più tardi, e non è di giada.
Opere come questa venivano deposte nelle tombe e funzionavano come un inno alla vita oltre la morte, perché il corredo doveva accompagnare il defunto con tutto ciò che ne aveva segnato il rango. La fusione in bronzo permetteva una leggerezza che l’intaglio della pietra non avrebbe consentito, ed è quella leggerezza a rendere credibile un animale sospeso su un uccello.
La scoperta del 1969 e il simbolo del turismo cinese
Il bronzo è venuto alla luce nel 1969 sotto il tempio di Leitai, a Wuwei, nel Gansu, dentro una tomba di epoca Han scoperta per caso durante dei lavori. La sua fortuna pubblica è più recente di quanto si creda: solo nel 1983 la sua sagoma è stata adottata come emblema del turismo cinese, e da allora compare su manifesti, souvenir e insegne in tutto il paese. Il Gansu, terra arida e remota, ha trovato in quel profilo in corsa un’icona di resilienza.
L’originale è custodito al Museo provinciale del Gansu, a Lanzhou, ed è classificato fra i reperti di primo grado che non possono lasciare il paese per le mostre all’estero. Il muso fine e il collo teso richiamano i cavalli di Fergana che gli imperatori Han facevano arrivare dall’Asia centrale, animali leggendari a cui le cronache attribuivano un sudore color sangue.
Il paradosso del pupazzo grasso come un maiale
Il soprannome non riguarda il bronzo ma il pupazzo che ne è stato ricavato. Nell’estate del 2022 il Museo provinciale del Gansu ha messo in vendita un peluche ispirato al reperto, in versione ferma e in versione di corsa, con la rondine schiacciata sotto lo zoccolo e due occhi sgranati che guardano in direzioni diverse. Il risultato è talmente goffo da essere irresistibile, e i social cinesi lo hanno eletto campione di quella categoria che da quelle parti chiamano “brutto ma tenero”. Le scorte sono finite in pochi giorni sia nel negozio del museo sia su quello online.
Il gioco di parole che ha fatto la fortuna del pupazzo è intraducibile ma istruttivo, perché in cinese “cavallo verde” suona come “codice verde”, quello che negli anni delle restrizioni sanitarie autorizzava a viaggiare, e comprare quel peluche equivaleva ad augurarsi di poter ripartire. Il bronzo, intanto, resta quello che è sempre stato: un animale asciutto e nervoso, le cui proporzioni gli studiosi considerano anatomicamente esatte.
Influenza culturale e meme moderni
Questo cavallo ispira arte pop: statue giganti a Dunhuang, festival equestri a Zhangye. I turisti lo fotografano come “il più cicciottello della Cina”. Ha persino fatto capolino in film wuxia, a simboleggiare l’antico splendore.
Su Douyin, il TikTok cinese, sono nate challenge in cui le persone ricreano la posa del pupazzo con costumi gonfiabili, un misto di sfottò e di affetto per la tradizione. Il museo ha dovuto perfino mettere in guardia dalle imitazioni, perché la richiesta era tale che il mercato si era riempito di copie non autorizzate.
Che cosa significa per il Gansu
Per il Gansu, una regione arida e multietnica (con hui, tibetani, mongoli), questo cavallo è un simbolo di unità. Rappresenta il nomadismo preindustriale, quando i cavalli trainavano carovane cariche di seta e spezie. Oggi, con i treni ad alta velocità che sfrecciano, evoca una dolce nostalgia.
Il confronto con i cavalli Tang di Xi’an, quelli in ceramica invetriata a tre colori, aiuta a capire la differenza: là la moda imperiale premiava davvero le forme piene, tanto che le dame di corte venivano ritratte morbide come l’amatissima Yang Guifei, mentre qui siamo cinque secoli prima e davanti a un’idea di bellezza fatta di tensione e di scatto. Il reperto del Gansu e il suo pupazzo raccontano due estetiche lontane che convivono nella stessa vetrina del museo.
Viaggio nel Gansu oggi
Visitare Lanzhou significa imbattersi nelle riproduzioni in bronzo di questo cavallo nei mercati, e ormai anche nei pupazzi. Le escursioni a Dunhuang combinano le grotte di Mogao con le sue statue equestri. Per i content creator, è una miniera d’oro: i reel su “il cavallo più grasso della storia” diventano virali in un attimo.
In un’epoca ossessionata dai like, il cavallo del Gansu ricorda che un museo può farsi amare senza svendere quello che custodisce, perché il pupazzo buffo ha portato davanti alla teca migliaia di persone che altrimenti non ci sarebbero mai andate. Il bronzo resta un capolavoro di quasi duemila anni fa, il peluche è una battuta ben riuscita, e il fatto che convivano dice che il desiderio di abbondanza, di risate e di un pizzico di sana imperfezione è rimasto immutato.
In quale materiale è realizzato il Cavallo del Gansu?
In bronzo. L’idea che sia di giada è diffusa ma sbagliata: si tratta di una fusione in bronzo alta circa 34 centimetri.
A quale epoca risale l’opera?
Alla dinastia Han orientale, fra il I e il II secolo dopo Cristo, quindi circa cinque secoli prima della dinastia Tang.
Perché il cavallo è diventato il simbolo del Gansu?
Il bronzo fu scoperto nel 1969 in una tomba Han a Leitai, vicino a Wuwei, e nel 1983 la sua sagoma venne adottata come emblema del turismo cinese. Il peluche che lo ha reso virale sui social è invece del 2022, prodotto dal Museo provinciale del Gansu.

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